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…la NUTRIZIONE costituisce un aspetto importante per l’ATTIVITÀ FISICA?

…la NUTRIZIONE costituisce un aspetto importante per l’ATTIVITÀ FISICA?

Quando si pratica attività sportiva, sia a livello professionale, sia a livello amatoriale, è molto importante adottare una corretta alimentazione, prima durante e dopo l’attività.
La scienza dell’alimentazione applicata all’esercizio fisico e, quindi, allo sport ha origine in tempi antichissimi. Oggi possiamo affermare con sicurezza che la nutrizione costituisce un aspetto cruciale per la prestazione fisica: fornisce il carburante per il lavoro biologico e permette l’utilizzo del potenziale energetico contenuto negli alimenti.

DIETA BILANCIATA + IDRATAZIONE OTTIMALE + CONDIZIONI PSICO-FISICHE ECCELLENTI

dell’atleta sono le tre componenti indispensabili per tutelarne e promuoverne la salute. 
Ogni volta che mangiamo, introduciamo nel corpo i cosiddetti macronutrienti. Carboidrati (detti anche zuccheri), lipidi (o grassi) e proteine forniscono l’energia necessaria al mantenimento delle funzioni corporee a riposo e durante l’attività fisica. Questi macronutrienti svolgono il ruolo di carburante biologico e, inoltre, hanno la funzione plastica (ossia mantengono l’integrità strutturale del nostro corpo).
La dieta corretta è sempre quella personalizzata alle proprie esigenze, ai propri ritmi metabolici, alla propria struttura corporea, alla percentuale individuale di massa grassa/magra. Tale discorso è più valido anche per lo sportivo. Chi pratica un’attività che comporti un intenso impegno muscolare ha bisogno di seguire un regime alimentare adeguato alle proprie esigenze.
Solo in questo modo è possibile ottenere i massimi benefici possibili dalla attività svolta e incrementare la performance dell’atleta.

Centro Palmer. La tua Salute merita il Meglio.

…è importante preservare la fertilità femminile? Conosci il “Social freezing”?

I dati forniti dall’ISTAT non lasciano spazio ad interpretazioni: l’Italia è in recessione demografica.
Il calo numerico delle nascite, ormai dal 2015, risulta infatti statisticamente significativo e paragonabile, tornando ad inizio secolo, solamente a quello registrato nel biennio 1917-1918: periodo storico segnato dalla Prima Guerra Mondiale e dai drammatici effetti successivi all’esplosione dell’epidemia di febbre “spagnola”.
Secondo i dati relativi al 2018, gli uffici dell’anagrafe segnalano 140.000 nascite in meno rispetto a quelle fotografate un decennio prima, nel 2008. Per rendere più comprensibili questi valori numerici assoluti, è emblematico sottolineare che il 45% delle donne italiane comprese tra i 18 e i 45 anni non ha ancora avuto figli. Questo dato è paradossale se lo si confronta con quello che riguarda la volontà degli individui presi a campione: meno del 5%, infatti, dichiara che “l’avere figli non rientra nel proprio progetto di vita”.

Grafico n° 1 ISTAT 2018 Centro PMA Palmer
Grafico n° 2 ISTAT 2018 Centro PMA Palmer

La tendenza, quindi, rappresenta un campanello d’allarme sociale che mette in evidenza, nella maggior parte dei casi presi a campione, l’impossibilità (e non la volontà) di pensare ad una gravidanza nella fascia d’età in cui la donna è maggiormente fertile. I giovani, infatti, escono dalla famiglia sempre più tardi (più del 50% dei giovani tra 20 e 35 anni vive con almeno un genitore) e si trovano a sperimentare percorsi di vita meno lineari rispetto al passato: questo, fondamentalmente, a causa delle condizioni economiche specifiche in cui gli stessi sono inseriti.
Diventa quindi fondamentale preservare la fertilità femminile in una fascia di età in cui la donna è maggiormente fertile: possibilmente entro i 35 anni; comunque non oltre i 40 anni.

Il “social egg freezing”, letteralmente la crioconservazione della cellula uovo per motivi sociali, è una risorsa concreta cui le donne possono accedere sia per i motivi sopra-elencati sia per motivi prettamente medici: è il caso, infatti, di:

– terapie e interventi potenzialmente demolitivi della riserva ovarica (patologie neoplastiche);
– patologie che impoveriscono la riserva ovarica (come, ad esempio, l’endometriosi);
– presenza di valori indicativi di ridotta riserva ovarica;
– casi di familiarità di menopausa precoce in famiglia.

Il programma che porta alla crioconservazione degli ovociti si declina come una classica tecnica di Fecondazione Assistita e prevede:

1. Colloquio con uno specialista di medicina della riproduzione che prescriverà esami diagnostici e infettivologici volti alla valutazione dell’idoneità del soggetto.
2. Definizione di un protocollo di stimolazione ovarica il cui obiettivo è quello di recuperare un congruo numero di ovociti.
3. Prelievo degli ovociti realizzato in regime di day-surgery con una blanda sedazione.
4. Crioconservazione degli ovociti mediante tecnica di vitrificazione (un congelamento ultrarapido) e stoccaggio in azoto liquido (a -196 °C).

Quello che spaventa le donne nell’affrontare questo percorso è sostanzialmente il fatto di doversi sottoporre a un protocollo di stimolazione ormonale: a questo riguardo, ricordiamo che i farmaci sono utilizzati in dosi che, è stato dimostrato, non sono in alcun modo correlabili con l’insorgenza di patologie secondarie.
Un altro ostacolo potrebbe essere rappresentato dal costo di accesso alla tecnica: nei centri privati, il prezzo da pagare oscilla tra i 6.000-10.000 U.S.D. degli Stati Uniti (dove peraltro, insieme ad Israele, la tecnica è molto più diffusa che nel resto del Mondo) ai circa 4.000 Euro dei centri di Fecondazione Assistita europei.
Coerentemente con la mission aziendale (che prima del trattamento dell’infertilità di coppia prevede la prevenzione e la diagnosi della stessa), il Centro Palmer di Reggio Emilia, da 33 anni operante sul territorio, ha deciso di realizzare un programma di Social Freezing ad un costo sostenibile per quella popolazione di donne interessate concretamente alla prevenzione della propria fertilità.

Crioconservare gli ovociti entro i 35 anni, inoltre, garantisce (mediamente) ottimi risultati qualora fosse necessario ricorrere allo scongelamento degli stessi: grazie alla tecnica di vitrificazione e successivo “thawing”, è possibile ottenere un tasso di sopravvivenza allo scongelamento di oltre il 90% che, sommato al tasso medio di fecondazione realizzabile con Tecnica ICSI, si traduce in una percentuale di gravidanza cumulativa di circa il 50%. Cioè, lo stesso tasso di gravidanza ottenibile con Ovociti Vitrificati appartenenti, ad esempio, ad una Donatrice di Ovociti.

Quest’ultimo aspetto, senza dimenticare il concetto basilare di prevenzione, sarebbe da estendere in campagne informative: qualora una donna decidesse, infatti, di provare a concepire dopo i quarant’anni, andrebbe inevitabilmente incontro a ritardi e fallimenti con un aumento dei costi economici sia per sé che per il Sistema Sanitario Nazionale.

E’ doveroso, per concludere, che si informi la popolazione femminile circa le opzioni che l’innovazione scientifica rende oggi disponibili allo scopo di preservare la fertilità femminile a beneficio futuro.

…è importante preservare la fertilità femminile? Conosci il “Social freezing”?
…la Fecondazione Assistita è una soluzione all’infertilità?

…la Fecondazione Assistita è una soluzione all’infertilità?

ALLARME INFERTILITÀ: LA FECONDAZIONE ASSISTITA È UNA SOLUZIONE

Negli ultimi anni, sempre più spesso si sente parlare di “calo delle nascite”, “allungamento dell’età riproduttiva”, “crisi della natalità” e “infertilità”.

L’Italia è uno tra i paesi europei con il più basso indice di natalità (solo 464.000 bambini nati nel 2017) ed è tra quelli nei quali l’età media per la prima gravidanza risulta più alta: 31,8 anni. Quindi, in Italia si fanno pochi figli e in età riproduttiva avanzata, un fattore che influisce sulla fertilità e diminuisce le probabilità di concepimento. 
Questa tendenza, molto frequentemente, è determinata da scelte di carattere volontario che scaturiscono dalla precarietà economica e dalla diversa concezione di famiglia che spinge a stabilizzare una relazione sempre più tardi.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) considera l’infertilità una vera e propria patologia che viene definita come “l’assenza di concepimento dopo 12/24 mesi di rapporti non protetti”.
 Oggi, questa condizione riguarda circa il 15-20% delle coppie nel mondo. Le cause di infertilità si ripartiscono in maniera equa: nel 37% dei casi la causa è legata a problemi femminili (ad esempio endometriosi, alterazioni delle tube di Falloppio, sindrome dell’ovaio policistico, irregolarità del ciclo mestruale ecc.); nel 29% a fattori maschili (come anomalie nelle caratteristiche del liquido seminale in termini di numero, motilità e morfologia degli spermatozoi; varicocele; infezioni, fattori genetici ecc.); nel 18% dei casi riguarda entrambi i partner. Infine, il restante 16% comprende situazioni etichettate come “infertilità idiopatica o inspiegata” in cui non si riesce a identificare una causa apparente responsabile di ridotta o assente fertilità.

Da questa premessa, dunque, risulta evidente che tra le coppie italiane l’infertilità è in costante aumento. Di conseguenza, per molte coppie e cittadini la soluzione è rappresentata dall’accesso alla Fecondazione Assistita.

Rivolgendosi a un Centro specializzato in Fecondazione Assistita, una volta diagnosticate le cause effettive di infertilità, è possibile scegliere il percorso più adatto e iniziare un trattamento idoneo e personalizzato.

Indipendentemente dal protocollo clinico stabilito e dalla Tecnica di Inseminazione scelta (Tecniche di I o II Livello, Omologhe o Eterologhe), la strategia terapeutica attuata, ovviamente, ha come obiettivo quello di coronare il desiderio di genitorialità di chi temeva di dover rinunciare ad avere figli.

Nell’ambito della PMA da più di 30 anni opera attivamente il Centro Palmer di Reggio Emilia che, sotto la guida e l’esperienza della Dottoressa Maria Grazia Torelli, fornisce supporto a numerose coppie sia emiliane che provenienti da altre regioni d’Italia.
Per consultare più dettagliatamente i risultati ottenuti dal Centro Palmer è possibile visitare il sito: www.pma.centropalmer.it

 

…oggi possiamo fare domande al NEUROCHIRURGO?

DR. FUSCO, QUALI SONO LE PATOLOGIE CHE POSSONO COLPIRE LA COLONNA VERTEBRALE?
Sono patologie a genesi degenerativa, traumatica, infettiva, o tumorale, che coinvolgono le strutture ossee, articolari, legamentose della colonna vertebrale e che, più spesso in un secondo momento, possono interessare anche le strutture nervose (radici nervose e/o midollo spinale).
La causa che con maggior frequenza porta a problematiche della colonna vertebrale è quella degenerativa, legata cioè alla “usura” della colonna vertebrale come conseguenza delle attività che svolgiamo nella vita di tutti i giorni e anche delle posture che assumiamo, sia da svegli che durante il sonno. La patologia degenerativa della colonna vertebrale può portare ad un’ernia discale, ad una sofferenza del disco (discopatia) con restringimento del canale vertebrale (stenosi) fino a scivolamenti di una vertebra sull’altra (spondilolistesi) con cambiamento della forma della colonna vertebrale (scoliosi degenerativa). Le patologie degenerative nel loro insieme rappresentano le forme cliniche che con maggior frequenza sono causa di dolore alla colonna vertebrale (rachide) ed agli arti superiori ed inferiori.

QUALI SONO LE MANIFESTAZIONI CLINICHE PIÙ FREQUENTI?
La manifestazione clinica più frequente, soprattutto all’esordio, è il dolore localizzato alla colonna vertebrale, in ordine di frequenza nella regione lombare (lombalgia), cervicale (cervicalgia), dorsale (dorsalgia). A volte il dolore può irradiarsi lungo il decorso di una radice nervosa degli arti inferiori (lombo-sciatalgia e lombo-cruralgia) o degli arti superiori (cervico-brachialgia).
Successivamente, a distanza variabile dall’esordio del dolore, possono comparire anche sintomi neurologici: debolezza muscolare fino alla perdita della funzione motoria di un muscolo o gruppo muscolare, intorpidimento o alterazioni della sensibilità delle estremità degli arti e, nei casi più gravi, anche difficoltà nel controllo degli sfinteri rettale e urinario.
Per fortuna il decorso clinico delle patologie degenerative, tranne rare eccezioni, è piuttosto lento e le strategie terapeutiche fanno sì che oggi non si arrivi più alle espressioni cliniche più gravi.
Ciò nonostante, il dolore alla colonna lombare rimane una delle prime cause di accesso all’ambulatorio del medico di base, di inabilità temporanea con allontanamento dal lavoro ed incide significativamente sulla spesa sanitaria.

Rappresentazione schematica di una vertebra lombare e del disco intervertebrale.

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